Alcuni Dettagli

Subtesto

Sotto la superficie visibile di qualsiasi situazione umana si trova un invisibile ma ingombrante subtesto: ovvero gli schemi fisici e mentali nascosti e inconsapevoli dei partecipanti, che procurano la gran parte della tensione nelle situazioni.

Una litigio tra una coppia sposata, per esempio, non è necessariamente su chi deve prendere la macchina per fare i suoi servizi. Lo senti che c’è un subtesto, qualcosa di presente, ma non espressamente detto. Non sai che cosa può essere, quindi ascolti fino a che non cogli che lui è ferito e geloso perché lei è stata a pranzo con un suo vecchio ex. L’acrimonia generata non riguarda la macchina; ma riguarda la possessività di lui e il bisogno di affermare la propria indipendenza di lei.

In teatro e nei film di fiction, il regista e gli attori pongono gran parte del loro lavoro nello sviluppo dei subtesti, perché sono ciò che alimenta la tensione che anima la vita reale. Nel documentario non serve aggiungere subtesti, perché già esistono. La sfida sta nell’identificarli e poi nell’utilizzare il linguaggio cinematografico per portare il pubblico a vedere cosa c’è sotto la superficie.

Percezione

La percezione di una telecamera è un processo meccanico: un sensore fotosensibile invia segnali elettrici a un registratore contemporaneamente al diaframma del microfono che fa lo stesso reagendo a variazioni di pressione attraverso cui viaggia il suono. Il risultato è un fatto scientifico, suoni e immagini che si possono riproporre infinite volte.

La percezione di un essere umano è molto più complessa. Nel momento in cui riceviamo un’informazione, di qualsiasi tipo, noi l’analizziamo per significato e decidiamo quale azione è possibile e giustificata: “Si fida di me? Dovrei offrire aiuto? Perché sta agendo così?” e così via. Fiducia o insicurezza in se stessi possono aiutare o impedire questo, ma in ogni caso la percezione di solito ci porta a fare qualcosa. Per esempio vorremo:

interpretare (è un insulto? Se si, come dovrei reagire?)

formulare un subtesto (non mi fido di quel sorriso, cosa sta succedendo realmente?)

verificare l’informazione (sarà vero?)

decidere cosa mostrare (dovrò dimostrare come mi sento o è meglio contenersi?)

agire o fuggire (devo agire per cambiare le cose? Continuare a guardare? Scappare?)

Nell’utilizzo della telecamera, le inquadrature e i movimenti di macchina comunicano sia pensieri che sentimenti. Un utilizzo davvero sensibile e appropriato della telecamera, porta il sentire umano, l’intelligenza e l’anima verso il proprio lavoro. A volte la mente va oltre, o altrove, dal compito da svolgere. Stai ammirando una composizione, cercando di indovinare la fonte di un’ombra, o pensando a qualcos’altro; e di colpo non sei più concentrato sul tuo lavoro, e l’audience questo lo percepisce immediatamente. Stai perdendo il punto di fuoco.

L’operatori di macchina deve mantenere un ininterrotto legame con ciò che entra nel proprio riquadro, altrimenti non si muoverà, reagirà, cercherà, ritirerà o avvicinerà come qualsiasi intelligenza umana dovrebbe fare. Questa motivazione e reattività sono quasi ovvie con una camera a mano, nella copertura di eventi spontanea (per comodità diciamo improvvisata). Già nell’utilizzo di un cavalletto, in una situazione maggiormente sistemata, questa motivazione scende di livello se non si presta attenzione a tenerla viva. Ovviamente non si può lavorare sempre a mano, in un’intervista lunga per esempio l’instabilità di una ripresa non saranno altro che una distrazione, a meno che non ci si trovi nel carro di un camion militare, allora in quel caso l’inquadratura traballante e la strada che scorre dietro sarà del tutto normale.

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