Punti di vista

A che cosa pensano i cineasti? O piuttosto, come pensano? Bisogna sentirli parlare della loro esperienza per scoprire come lavorano, e come chiariscono le questioni che li animano. Il pensiero non si sviluppa sempre in modo chiaro e netto, vi è una parte d’ombra nelle riprese. Ciascuno inventa il proprio metodo di lavoro, il proprio modo d’agire secondo i percorsi della sensibilità personale (non senza stratagemmi e tentativi). Filmare significa intessere una relazione, e il sistema che il cineasta mette in atto deduce la modalità di presenza di coloro che riprende. Per ciascuna delle istituzioni che filma, Nicolas Philibert si concentra sul modo in cui può entrare la recitazione nel lavoro quotidiano di ciascuno. “La Ville Louvre” (1990) esplora gli anfratti del celebre museo.

Non so che cosa ne pensate voi, ma nel momento in cui si parla di un documentario, non si sa far altro che ridurlo al suo semplice argomento. Ciò porta a frasi del tipo: “E’ un film sui papuani, sugli anfratti di un museo, sull’universo psichiatrico…”. Insomma, si dice sempre “un film su” e, così facendo, inconsapevolmente, si fa come se non ci fosse storia, si esclude di colpo ogni dimensione narrativa. Probabilmente ciò è legato al fatto che i documentari, perché in maggioranza destinati alla televisione, spesso cercano d’illustrare con le immagini un argomento stabilito in anticipo: volontà didattica e dimostrativa, che condanna allo stesso tempo la loro importanza cinematografica.
A un giornalista che gli domandava, a proposito di “Amsterdam Global Village: “In conclusione, su che cos’è il suo film?” Van der Keuken rispose: “E’ un film su Amsterdam… e sul resto del mondo”. Farei volentieri mia questa frase.
Per ognuno dei miei film sono alla ricerca di una storia, di una metafora che mi permetterà di “trascendere” la realtà immediata. Si tratta di far nascere l’immaginario dai luoghi che impiego, dai personaggi, dalle situazioni che filmo. Insomma, non cerco tanto di realizzare un film “su”, ma un film “con”, ed è probabilmente una delle ragioni per le quali non sono così lontani dalla finzione.
In altre parole, non cerco di istruire lo spettatore dall’alto di un sapere preesistente, da una posizione di esperto. Al contrario: prima di realizzare un film, meno ne so sulla questione, meglio è! Quest’atteggiamento ha un vantaggio: lascia campo libero alla mia soggettività, all’incontro e, insomma, al cinema.
In fondo, cerco di fare in modo che possano sbocciare delle cose, emergere all’interno di un quadro, di una data situazione. Tale quadro non è soltanto uno spazio. E’ tutto ciò che si mette in opera affinché quelle cose avvengano: un’atmosfera, un modo di relazionarsi con le persone riprese, una disponibilità, un desiderio, un’etica, anche una sorta di gioco…
Lo psichiatra Jean Oury ha formulato una bella espressione: “Programmare il caso”. Per me un film è questo. E’ poter accogliere l’imprevisto in un quadro determinato.

Nicolas Philibert

Tratto da: Il Documentario, L’altra faccia del cinema, Lindau, Torino 2005
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Comments
2 Responses to “Punti di vista”
  1. francescosabba ha detto:

    è il suo stile. Nella sua narrazione, in cui è necessaria una componente costante d’interesse, cerca il dialogo dell’ambiente umano, anche nella sua assenza, per suggerire un ritmo di assenza del montaggio. E’ un sistema caro al cinema francese ed è un ottimo stile narrativo, a cui troviamo spesso contrapposto lo stile BBC o broadcast anglosassone, fatto di una spasmodica preparazione e una ricerca tecnica e compositiva agli estremi, con uno spiccato indirizzo verso la fotografia e il “wonder” l’immagine tipo, che crea la popolarità del soggetto-evento. Il secondo metodo è un sistema di indirizzo spiccatamente legato ai metodi di Advertising statunitensi, e in questi anni si ritrova di nuovo in competizione con le metodologie più legate alla resa della ” real life”. Di una vita non mediata, se non in una vasta e vaga camera narrativa. Dobbiamo al web ed al cinema orientale la riscoperta di questo.

  2. rubenlag ha detto:

    E’ da sempre la dicotomia Francia-Regno Unito, Rivoluzione industriale contro Rivoluzione intellettuale. Mi piacerebbe che l’Italia si riprendesse un posto per ispirare ed educare autori e pubblico. Avendo un background culturale forte, è anche più facile farsi carico delle proprie aspirazioni davanti al pubblico, secondo me a causa di questo c’è anche molta confusione e imitazione …e omologazione degli stili.

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